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personaggi casadiva


Luigi Guerricchio pittore

Ginetto, come a Matera gli amici erano soliti chiamarlo, è stato un nome significativo della pittura italiana del Novecento, che diede dignità artistica alla civiltà, prevalentemente contadina, che fino alla fine degli anni '50 ha animato, con un'innata resilienza, i Sassi. Personalità inquieta sul piano culturale in gioventù, frequentò il poeta lucano Rocco Scotellaro che influenzò molto la sua arte e gli permise di confrontarsi con nomi come Levi e Guttuso. Fu allievo di Cantatore all'Accademia di Brera, dove arrivò dopo esser stato a Salisburgo nelle scuole di pittura e scultura di Oskar Kokoschka e di Giacomo Manzù. Rientrato a Matera negli anni sessanta, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e, oltre che alle sue numerose e apprezzatissime opere, si dedicò all'attività di insegnante di Disegno presso diversi Istituti scolastici

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Teresa Vezzoso, docente di filosofia

Docente e filantropa, Teresa Vezzoso ha lasciato una traccia tangibile della sua operosità. Laureatasi in filosofia, si dedicò in primis all'insegnamento, nel secondo ‘900, diventando una docente molto apprezzata per la sua cultura e per il chiaro metodo usato, vicino agli interessi delle sue scolaresche, prima nel liceo classico “Duni” poi al Magistrale “Stigliani”. La carriera poi la portò a trasferirsi a Massa Carrara, a Roma e a Terni fino a quando, vinto il concorso a cattedra di Filosofia e Pedagogia, rientrò nella sua Matera dove, dal ’49 al ’78, quando andò in pensione, operò presso il Magistrale, brillando per integrità, intelligenza, modestia di vita, carattere e nobiltà di sentimenti. Aveva propensione per la politica e per due volte vi prese parte con l'intento di dare il suo contributo di cultura e di pensiero ma altrettante volte se ne allontanò delusa. Fra le opere in cui il suo intervento fu risolutivo, va ricordato il centro di accoglienza istituito nella parrocchia di San Pietro Caveoso. Negli ultimi due anni della sua vita ha accolto in casa due giovani albanesi di cui una era affetta da un neoplasma, che richiedeva particolari cure e interventi chirurgici a Milano.




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L’arrotino di Piazza Sedile

Storico artigiano di piazza del Sedile, quando questa non era ancora uno dei luoghi meglio restituiti alla fruizione comune del centro storico della città ma semplice luogo di traffico urbano veicolare e pedonale, è stato per decenni punto di riferimento per scongiurare che forbici e coltelli finissero semplicemente nell’immondizia, riportandoli all’originaria efficienza. Gianmaria di cognome, nella gestione della bottega, situata ancora nello stesso luogo, è poi subentrato suo figlio, permettendo alla tradizione artigianale familiare di andare avanti.

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Francesco Cappiello, detto “Tutta paglia”

Titolare di una bottega di macelleria situata tra via delle Beccherie e piazza Vittorio Veneto, cuore del centro storico di Matera, Francesco Cappiello, oltre che per l’ottima carne che portava sulle tavole della città, viene tutt’oggi ricordato per la sua goliardia e per il suo essere personaggio di spicco della comunità materana del secondo ‘900. Svolse, infatti, per anni, anche il ruolo di generale dei Cavalieri di Maria Santissima della Bruna, che scortano l’effigie della patrona della città il 2 luglio, giorno in cui viene celebrata. Singolare il suo soprannome “Tutta paglia”, a rappresentare un personaggio che spesso amava gongolare per le sue gesta pur restando sempre e comunque dotato di un cuore d’oro.




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Nicola detto “Nicolino”

Tra i tanti personaggi che, nel corso dei decenni del Novecento, hanno animato il centro storico di Matera figura anche questo signore, Nicola, ancor meglio conosciuto come Nicolino, del quale non si ricordano "gesta particolari" ma la sua allegria, il suo sorriso, la sua socievolezza: doti insite nel DNA del materano e che hanno contribuito a costruire l'identikit della comunità.

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La banda di “Frascitone”, banda musicale di strada

Ad animare le strade del centro di Matera, prima della metà del '900, c'era anche questa improvvisata e scanzonata banda musicale di strada, la "banda di Frascitone", in dialetto "la bonn' d' Frash'ton", dal nome di colui che la capitanava, letteralmente traducibile in un colorito "sporcaccione", che con strumenti di fortuna, attraversava Sassi e piano della città e la gente ricambiava l'allegria condividendo anche un po' di cibo della propria tavola.




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Eleonora Bracco, storica direttrice del museo Ridola

Eleonora Bracco, nata a Torino nel 1905, il padre ingegnere torinese e la madre tarantina, si dedicò agli studi classici e all’archeologia. Giunta a Matera nel 1933, a un anno dalla morte del Ridola, vi rimase nel Museo del fondatore come direttrice per ben 28 anni, il massimo in termini di tempo al vertice dell’istituzione che sotto la sua direzione assistette al cambiamento d’intitolazione da Regio Museo a Museo Nazionale, con l’avvento della Repubblica. Attenzione particolare prestò all’archeologia medievale, fino allora poco curata (nel medioevo l’Italia aveva poco da vantare, per essere stata continuamente sottomessa alle dominazioni straniere, tutt’altra cosa rispetto alle glorie della Roma Imperiale, o della grande cultura Magnogreca, Etrusca o di epoche dal Paleolitico in giù), che con la necropoli di piazza San Francesco giunse alla ribalta nazionale, oltre a numerosi rinvenimenti di età classica e di altre epoche effettuati in campagne di scavo nell’agro materano e nella provincia. Un atteggiamento che la distinse fu quello di occuparsi in maniera sistematica dell’arte rupestre del Materano, con la ricognizione e lo studio che portò a un elenco complessivo delle chiese rupestri fiorite in età medievale nel nostro territorio. Si dedicò inoltre allo studio dell’arte pastorale già intrapreso dal Ridola, pubblicando con disegni di Ugo Annona, “Arte di pastori”, uno studio presentato nel 1961, anno in cui per motivi di salute fu costretta a lasciare Matera, nubile com’era arrivata, destinazione Roma, dove si spense nel 1977 senza lasciare traccia di studi e di ulteriori pubblicazioni. Apparteneva alla borghesia torinese, era gentile e misurata nei modi. Elegante, con grandi cappelli, alta, attraversava le ferrerie e via Liceo fumando. Andava al cinema Impero o a teatro da sola, al caffè e al ristorante; praticava tutte abitudini che le donne del posto hanno scoperto solo a partire dagli anni ’70. Passò per la storia della nostra città senza suscitare o provocare mai reazioni dovute alla discriminazione, al razzismo, nonostante le fortissime differenze culturali, di costume e comportamentali presenti fra lei e la popolazione locale.

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Paolo Montemurro detto Zizì

Paolo Montemurro ereditò da suo padre non solo il mestiere, ma anche il soprannome: “Zizì”, espressione dialettale a significare, tradotta in italiano, “zio”. Come il genitore, che ne fu antesignano in città, svolse infatti la professione di elettricista, entrando nella memoria collettiva cittadina soprattutto per aver prestato la propria opera nello storico teatro Duni di Matera.